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Paragrafo 7 . La crisi  del sistema giolittiano.

     
Nel  corso del 1912, Giolitti raggiunse i principali obiettivi del suo
programma, il monopolio delle assicurazioni sulla vita e il  suffragio
universale  maschile,  ma  il clima politico-sociale  si  stava  ormai
deteriorando.  Mentre in numerose citt italiane  venivano  proclamati
scioperi  contro  la  guerra, all'interno del  partito  socialista  si
acuivano i contrasti; al congresso di Reggio Emilia (7-10 luglio 1912)
la   corrente  rivoluzionaria,  nella  quale  si  distingueva   Benito
Mussolini,   ottenne   l'espulsione  della  Destra   revisionista   di
Bissolati,  Bonomi e Cabrini, accusata di aver sostenuto  la  politica
coloniale  del  governo, e assunse la guida del partito;  a  Mussolini
venne  affidata  la  direzione del giornale  "Avanti!".  I  riformisti
espulsi costituirono il partito socialista riformista italiano (PSRI),
che   avr  scarso  seguito  tra  le  masse  operaie.  Alla  scissione
socialista  si  somm la spaccatura del movimento  sindacale,  con  la
fondazione,  nel  novembre  del 1912, dell'unione  sindacale  italiana
(USI), da parte dei sindacalisti rivoluzionari, che intendevano  porsi
come alternativa alla CGdL, dominata dai socialisti riformisti.
     
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     Il  maggior  peso  esercitato dalle componenti pi  intransigenti
nel   partito   socialista   e  nel  movimento   sindacale   determin
un'acutizzazione  dello scontro sociale, inasprito anche  dalla  crisi
economica  mondiale, che in Italia provoc un notevole  aumento  della
disoccupazione e dell'emigrazione (nel 1913 ci furono 872.598  espatri
contro i 533.844 del 1911).
     Nel  frattempo  l'area del dissenso nei confronti della  politica
giolittiana  si  era  allargata. I liberali-conservatori,  guidati  da
Sidney  Sonnino,  reclamavano  una maggiore  autorit  dello  stato  e
condannavano le aperture ai socialisti, trovando ampio consenso presso
la  borghesia  imprenditoriale,  che  nel  1910,  preoccupata  per  la
crescita  del  movimento  sindacale, si era  anch'essa  data  una  pi
efficiente organizzazione a livello nazionale attraverso la fondazione
della   confederazione   italiana   dell'industria.   I   nazionalisti
chiedevano una politica interna pi autoritaria e una politica  estera
pi decisamente espansionistica. Gli intellettuali meridionalisti come
Gaetano  Salvemini  accusavano  Giolitti  di  ostacolare  lo  sviluppo
economico  del  mezzogiorno  e  di  praticare  un  metodo  basato  sul
sistematico  ricorso,  specialmente  nelle  regioni  meridionali,   al
clientelismo ed alla corruzione.
     Questo    mutamento    negli    equilibri    politici    avveniva
nell'imminenza delle elezioni del 1913, che, tenendosi  per  la  prima
volta   a   suffragio  universale  maschile,  si  supponeva  avrebbero
registrato una crescita delle Sinistre. Questa eventualit era  temuta
sia  da Giolitti che dalle forze clerico-moderate. Da tale convergenza
scatur   un   patto,  promosso  da  Vincenzo  Gentiloni,   presidente
dell'unione  elettorale  cattolica,  in  base  al  quale  i  cattolici
avrebbero  votato  per  quei  candidati che  si  fossero  impegnati  a
sostenere  in  parlamento  un programma comprendente  fra  l'altro  la
tutela  della  scuola  privata, l'insegnamento della  religione  nelle
scuole pubbliche, l'opposizione al divorzio e il riconoscimento  delle
organizzazioni sindacali cattoliche.
     Le  elezioni si svolsero il 26 ottobre del 1913; l'avanzata delle
Sinistre,  che pure si verific, fu arginata da una buona affermazione
dei  cattolici e dei candidati governativi, che, con 304 eletti di cui
228 sottoscrittori del patto Gentiloni, mantennero la maggioranza.  Si
trattava  per di uno schieramento composito e difficile da  manovrare
con   il   metodo  tradizionalmente  praticato  da  Giolitti;   questi
frattanto, formato un nuovo governo nel novembre del 1913,  si  dimise
nel  marzo  dell'anno  successivo, designando  egli  stesso  come  suo
successore il conservatore Antonio Salandra.
     Giolitti  probabilmente contava ancora una volta di tornare  alla
guida del paese in un momento pi favorevole, ma il clima politico era
ormai deteriorato dalla netta contrapposizione tra Destra e Sinistra e
dall'esasperazione dei contrasti sociali. Il 7 giugno,  ad  Ancona,  i
carabinieri   spararono   sui  partecipanti  ad   una   manifestazione
antimilitarista,  provocando tre morti e una  ventina  di  feriti.  Il
grave  episodio caus un'ondata di scioperi, dimostrazioni  e  scontri
per  una settimana ("settimana rossa") in numerose citt italiane;  in
Romagna  e  nelle  Marche, le manifestazioni, guidate  dal  socialista
rivoluzionario Benito Mussolini, dall'anarchico Errico Malatesta e dal
repubblicano  Pietro  Nenni,  assunsero  il  carattere  di   movimento
insurrezionale. Il 14 giugno le proteste cessarono; la tensione rimase
alta,  ma  sarebbe  stata presto dirottata su un evento  destinato  ad
avere  assai  pi  tragici effetti: l'assassinio dell'erede  al  trono
d'Austria-Ungheria,  Francesco Ferdinando, ad opera  di  uno  studente
serbo a Sarajevo il 28 giugno 1914.
